Dopo 5 anni la vita di Itigi si svolge sempre con la stessa calma quotidiana che fa trascorrere la giornata secondo i tempi africani scanditi dal “pole pole” (piano piano). Questa missione sarà sorprendente e ricca di emozioni sia perché il gruppo è rappresentato da persone animate da una straordinaria sensibilità sia perché saremo in grado rivisitare il lebbrosario di Sukamaela ed il villaggio di Chibumagwa, realtà queste dove il tempo sembra essersi fermato rendendo la povertà di chi vi vive al limite della dignità umana.
E’ stato emozionante conoscere le figure di Beatrice ed Alessandra due medici provenienti dall’ospedale Bambin Gesù di Roma. La prima pediatra, la seconda neonatologa, due persone meravigliose per l’ abnegazione con cui svolgono la loro professione presso il dipartimento di pediatria del San Gaspar; il loro impegno spesso non è sufficiente a far fronte ad alcune situazioni di emergenza per la mancanza di equipaggiamento strumentale che fa parte del bagaglio culturale e clinico di un medico occidentale trovandosi,perciò, spesso in difficoltà lì dove basterebbe veramente poco per salvare la vita di un bambino. Come spesso accade, però, quando persone particolari, dai sentimenti molto particolari si calano nella realtà quotidiana di questa popolazione finiscono per rimanere attratti e straordinariamente affascinati.
Ogni storia per noi medici non è solo un caso clinico ma, dopo la sua soluzione, diventa un caso sociale a cui inevitabilmente ci si affeziona. Nessuno potrà mai capire da parole e racconti cosa si vive dentro, come l’animo possa sentirsi pienamente appagato per un’esperienza di vita così forte.
I mille disagi che un volontario può incontrare a partire da un semplice malessere che incute timore e preoccupazione, dall’ascolto di storie come la morte di una giovane donna per il morso di un serpente velenosissimo mentre raccoglieva i girasoli nel suo campo. E ancora il falegname dell’ospedale senza un braccio per l’attacco di una iena mentre era in casa, oppure il ricovero di emergenza di un povero sventurato a seguito di un incontro spiacevole con un leone che gli ha provocato ferite profonde, e tanti altri episodi che potremmo elencare fanno si che spesso si chieda a se stesso : Perché siamo qui? Spinti da chi e da che cosa, correre tutti questi rischi?
La soddisfazione di aver reso possibile a trenta bambini poverissimi di avere una divisa un libro e quanto altro occorre per il loro arricchimento culturale o semplicemente per la loro felicità nel giocare come tutti gli altri bambini ci ripaga di ogni disagio che possiamo avere incontrato per spingerci fino a qui o che potremmo incontrare stando qui.
Colgo nel viso, nello sguardo e nella mente de miei compagni di missione, per molti di loro alla prima esperienza qui, lo stesso stupore che colpì anche me e che si trasformò subito in una doverosa voglia di fare qualcosa di molto piccolo rispetto a chi ammirevolmente ha dedicato gran parte della sua vita a questa causa, a questa gente ma quel piccolo qualcosa rimarrà sempre nella nostra storia e forse anche nella storia di coloro che ci hanno incontrato e questo vi assicuro può rendere davvero il senso della vita.
La missione è appena a metà del suo svolgersi chi ci ha condotto fin qui, saprà ancora una volta colpire al cuore ognuno di noi per cambiare la sua esistenza.